PRIMAVERA. Clematidi

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Clematidi*   (* collegamento a Wikipedia.it; ** colleg. a Wikipedia.en; *** colleg. a Wikipedia.fr)

Clematis montana var. rubens

clematis montana var. rubens
Chi ha un giardino piccolo e desidera fioriture in tutte le stagioni  è sempre alla ricerca di rampicanti, soprattutto di quelli che hanno fiori incantevoli. E così, inevitabilmente, prima o poi si imbatte nella numerosa famiglia delle clematidi, se ne innamora e vorrebbe provarle tutte.
Le clematidi sono dette piante volubili perché per reggersi hanno bisogno di un sostegno su cui avvolgersi, e fin qui la definizione attiene alla botanica.
Ma si comportano, anche, come piante difficili, volubili  e capricciose.
Per coltivarne una ho perfino trasgredito la mia regola: “resta in giardino solo chi ci sta volentieri. Nessuna forzatura.”
In realtà ho ricomprato almeno quattro volte la C. Ville de Lyon*** di cui sono innamorata non corrisposta. Mi abbandona sempre senza spiegazioni, nonostante io faccia il possibile per renderla felice. Non la cerco più, ma sono sicura che se la rivedessi per caso a qualche mostra, ci ricascherei.
Eppure una C. Rouge Cardinal mi regala ogni anno qualche magnifico  fiore, nonostante sia lasciata a se stessa perché non ricordo più dove l’ho piantata.
Spunta sopra un intrico confuso di rami tra il fitto del Ciliegio da fiore, del Pino Strobo, del Cotoneaster e degli Agrifogli. Che passione i suoi petali vellutati di un rosso violetto! Non mi sogno nemmeno di fare ordine là in mezzo per paura di strapparla, e non poto, non concimo e non irrigo, tuttavia qualche fiore compare puntuale ogni anno e  si può ammirarlo in alto, soccorsi da una scaletta.

Ecco perché dico che le clematidi sono volubili: ho perso più volte la Ville de Lyon viziata da cure amorevoli e sopravvive la rossa C. Rouge Cardinal dimenticata nel folto.
Ho poi una C. Jackmanii che vive da anni stentata, su un arco nel posto più inospitale del giardino con pochi ma immancabili fiori violetti. Come si spiega la sua resistenza? Anche questo un capriccio, ma alla rovescia. 
Linda Beutler, autrice di un ricchissimo libro sulle clematidi “Gardening with Clematis” racconta, a pagina 200, il suo stupore quando la gente definisce queste piante difficili da coltivare, nega che lo siano e questo già ferisce parecchio il mio orgoglio giardiniero. Non bastasse, una riga più avanti sfodera un climax assassino “they thrive. They flourish. They prosper.
Perbacco! Vorrei vedere tutto questo rigoglio in un terreno come il nostro, di argilla buona per produrre mattoni!
Le clematidi richiedono un terreno fertile, ma sciolto, leggero, ben drenato. Testa al sole e piedi al fresco, cioè radici sempre protette dall’insolazione,  altra regola che ho sempre rispettato.
Il terreno giusto però è la prima condizione.
Ho avuto più fortuna con la C.montana. Da anni gli archi su cui vivono alcune rose ospitano la C. montana var. rubens che occhieggia qui e là, ma scompare in alto, dove nessuno la vede.

Poi ho finalmente trovato la soluzione più semplice per godermi la fioritura di una C. var. rubens ‘Freda’: farla correre a circa un metro di altezza guidandola con pazienza in orizzontale su di una canna sottile fissata agli archi. Un’idea felicissima che mi ha inorgoglito per alcune stagioni.
Quest’anno misurava diversi metri e pregustavo il momento in cui sarebbe arrivata a incorniciare la fronte del primo arco per ricadere morbidamente dall’alto.
Proprio morbidamente, già la immaginavo, ondeggiante con  un po’ di vento.
Invece si è seccata in una notte e stava apparentemente benissimo fino al giorno prima.
Così ho sperimentato, proprio con la mia preferita, il cosiddetto “colpo di fuoco” spauracchio di tutti i clematidisti.
Altro che piante facili…
In realtà,  oltre ad essere capricciose, sono soggette ad attacchi batterici che causano una morte rapidissima (per quel che ne so il batterio responsabile è Erwinia Amylovora).
Insomma, non sono piante indicate per giardinieri deboli di cuore.