Geolicia … la natura bussa…

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How strange that Nature does not knock, and yet does not intrude!
“La Natura non bussa” scrive Emily Dickinson in un biglietto che forse accompagnava dei fiori in regalo. Eppure sapeva che non è sempre così.
Bussa forte invece,
appena intravvede una porta che dà su di un prato, un giardino, un incolto abbandonato e arso o si affaccia su di un terrazzo, o sui tetti e tra le pietre e persino nelle fessure dell’asfalto.
Bussa forte per farsi sentire, perché gli uomini la ascoltino, non siano distratti o incuranti.
Bussa forte, ma si manifesta timidamente, delicata e leggera, le basta un seme invisibile e modesto raccolto da un filo di vento e si introduce per regalare grazia, gioia e infinite sorprese e meraviglia e gratitudine a chi si ferma per osservare.
La Natura non bussa solo dove trova già aperto. Per Emily Dickinson non è mai un’intrusa perché da sempre è dentro di lei nella profondità del suo animo innamorato.
Licia Imoli
 
“Come dolce prima dell’uomo
  Doveva andare il mondo”.
Così esordisce Giuseppe Ungaretti nella sua poesia “La preghiera” (Raccolta: Sentimento del tempo [1928]).
Noi, con meno poesia, possiamo aggiungere che la “Terra” è una grande stanza multiforme che esisteva prima che il genere umano la invadesse. Se ci guardiamo attorno ci accorgiamo che il progetto iniziale è stato disordinatamente modificato dall’uomo.  Imprigioniamo le nostre ansie  in nuovi  ambienti   relegando  all’esterno ciò che resta del disegno originale. Come nelle piramidi nascondiamo ogni porta d’ingresso per non essere disturbati e spesso dimentichiamo che il rifugio che ci siamo costruiti sussiste in quanto  esiste un luogo più grande che lo ospita.  
La “natura” è più grande di noi e si muove senza sosta. Se ci chiudiamo ottusamente nel nostro guscio  e dimentichiamo questo assioma, dimentichiamo che il nostro mondo, modificato, violentato, imprigionato, oppresso, sporcato e ignorato,  ci travolgerà.
Intanto la “natura” continua a bussare alla nostra porta anche se questa è occultata e chiusa a doppia mandata.  Trovando l’ingresso sbarrato,  ci ricorda con un piccolo fiore, con una piccola felce, con un qualsiasi altro gentile monito, di non dimenticare la sua infinita energia. Ignorata,  si scatenerà in un crescendo che condurrà  il genere umano all’annientamento.
Tic tac, tic tac, il tempo passa e noi restiamo sordi al toc toc
Tic tac, tic tac…  toc toc, toc toc… fino a quando?
(commento di rdb)                                                         

 

 

La natura bussa“. Ecco qualche consiglio per aprirle la porta con simpatia

Osservare il mondo da vicino, quando si fatica a comprenderlo da lontano, nella complessità dei disegni politici, dei grandi giochi economici, delle incalzanti funeste notizie, è uno tra i motivi che avvicina alla natura per dedicarsi allo spazio concluso di un giardino e del microcosmo che contiene.

Bisogna pur imparare a difendersi.
Che non sembri un ripiego però, è se mai, un umile curvarsi, simile a un inchino rispettoso, verso la terra e le sue creature, verso un mondo di cui si vuole entrare a far parte empaticamente attraverso i sensi.
Attraverso l’olfatto soprattutto, il più primordiale, capace di permetterci istanti di fusione panica: il calicantus d’inverno, un’ala di vento profumata di tigli d’estate, e il petricore, l’aroma sprigionato dalla terra dopo la siccità, da inspirare a pieni polmoni per cogliere in un lampo l’essenza del tutto, forse addirittura la presenza di un dio, l’appartenenza e la gratitudine e il nostro candore ritrovato insieme alla bontà.
E così attraversare le stagioni, una dopo l’altra e passeggiare osservando, spesso scrutando perché il giardino per prosperare non tollera l’occhio miope o distratto.

Ed esercitare la pazienza, che grande dote è la pazienza, che fa superare giorno dopo giorno l’attesa dei fiori e dei frutti. E fa superare gli inverni, anno dopo anno, per assistere alla gloria delle rinascite.
E infine studiare, leggere, imparare i nomi.

Mi sforzavo di convincere alunni stupiti e increduli: senza i nomi le cose non esistono. Nomina sunt substantia rerum. Se passeggio nel bosco o tra i prati e quello che ho intorno sono genericamente “le piante” o “il verde”, non distinguo niente o, tutt’al più, vedo un insieme indistinto come si guarda una classe il primo giorno di scuola: è solo un gruppo di ragazzi e ragazze in una stanza.
Quando avrò imparato i vostri nomi e cominciato a conoscervi, allora finalmente vi vedrò.
Geolicia e l’alternanza delle stagioni
 
Gli antichi greci avevano  creato il mito di Proserpina, rapita da Ade, signore degli Inferi, per spiegare il mistero della morte e della rinascita della Natura attraverso il ciclo delle stagioni.
Il suo mito ha ispirato per secoli gli artisti. Il più grande tra quelli che conosco è Bernini, con il Ratto di Proserpina, che si può ammirare alla Galleria Borghese a Roma.

Per il giardiniere e il contadino l’alternanza  delle stagioni: primavera, estate , autunno, inverno (e poi di nuovo e ancora per Sempre, il sempre finito dell’Uomo)  è un monito gentile, un gioioso memento mori, la consapevolezza che la morte di qualsiasi individuo, pianta o  animale, è indifferente all’opera della  Natura, che riempie ogni vuoto senza sosta.
E allora fare del giardinaggio, coltivare un orto e  perfino occuparsi di un piccolo balcone, consente di introdursi in questo flusso del divenire, in questo farsi incessante, anche se per un tempo limitato rispetto al tempo della natura; significa  imparare, conoscere il più possibile e trasmettere, lasciare delle tracce tangibili.

Significa dare un valore al proprio passaggio.  
il ratto di Proserpina (Gian Lorenzo Bernini: 1598-1680) foto contenuta in Wikimedia Commonsliberamente utilizzabile
Per dare un po’ di ordine alle  esperienze che si racconteranno in questo sito è stata seguita la successione naturale delle stagioni, considerando come momenti più importanti le fioriture o la produzione di frutti o bacche. Ma ci saranno anche altre voci: i Sempreverdi; gli Errori, le Perdite, gli Esperimenti.
 

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labirinto della Reggia di Colorno (PR)
riviera ligure
prealpi bellunesi sopra le nuvole
 Alpago in inverno